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South Korea 1997: “oro alla patria” in salsa orientale | 2016-10-12

South Korea 1997: “oro alla patria” in salsa orientale

Gli italiani ricordano bene - se non altro per averne letto nei libri di storia - come alla fine del 1935, a seguito delle sanzioni approvate contro l’Italia dalla Società delle Nazioni dopo l’invasione dell’Etiopia, il regime fascista lanciò la campagna “Oro alla patria” per raccogliere metalli preziosi da incamerare nel patrimonio nazionale. Quell’iniziativa, fortemente propagandistica, portò alla raccolta di circa 37 tonnellate d’oro e 115 tonnellate d’argento che - pur non risultando determinanti per l’economia italiana del tempo - ebbero un grande valore nella conferma del consenso popolare al regime mussoliniano.

Qualcosa di simile, ma in positivo, è accaduto anche in Korea del Sud nel 1997, nel bel mezzo della crisi finanziaria che stava coinvolgendo, all’epoca, buona parte del Sud Est Asiatico, dalla Thailandia a Singapore. La Korea del Sud, da povera nazione post coloniale, si era infatti trasformata in una delle economie più avanzate del mondo fino a raggiungere l’11° posto tra i paesi industrializzati. Ma nel 1997, per l’appunto, si verificò il classico “scoppio della bolla” con una serie di fallimenti a catena di importanti aziende, le banche in sofferenza e lo won, la valuta nazionale, in caduta libera.

Gli investitori stranieri, che fino a quel momento avevano creduto nella “tigre asiatica”, ritirarono liquidità dal paese per circa 18 miliardi di dollari tanto che il governo dovette chiedere al Fondo Monetario Internazionale un prestito di ben 58 miliardi di dollari in cambio della promessa di ristrutturare il mercato del lavoro, riformare radicalmente il sistema bancario e liberalizzare il commercio.

All’epoca i coreani possedevano oro - come privati cittadini, sotto forma di gioielli, monete, lingotti, oggetti di tipo diverso - per circa 20 miliardi di dollari e da ciò nacque l’idea di una iniziativa di massa per la raccolta di metallo prezioso da destinare a garanzia del prestito dell’FMI. Multinazionali come Samsung, Daewoo, Hyundai si mobilitarono con campagne di propaganda che portarono alla donazione di una media di 65 grammi d’oro pro capite; ben 226 tonnellate d’oro, pari all’epoca a 2,2 miliardi di dollari, furono così incamerate dallo Stato, lingottate e spedite al Fondo Monetario.

Una goccia nel mare, certo, rispetto ai 58 miliardi da restituire, ma un gesto che dimostrò la compattezza del popolo coreano e la sua volontà di superare la crisi; uno sforzo, alla luce della storia, ben ripagato al punto che la Korea del Sud ha terminato di restituire il prestito già nell’agosto 2001, ben tre anni prima della scadenza concordata.

Del resto, già nel 1907 nel paese - che doveva al Giappone 13 milioni di won, pari al bilancio statale di un intero anno - era avvenuto qualcosa di simile: per contribuire a pagare il debito, infatti, gli uomini avevano obbedito all’invito del governo di smettere di fumare e le donne a quello di donare i propri monili di nozze.

Queste e altre interessanti informazioni si trovano in un articolo di Frank Holmes pubblicato il 28 settembre nel portale “GoldEagle” (leggi qui il testo completo).



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